Le barriere coralline possono riprendersi? Ecco come si presenta il ripristino dei coralli

Julia Beyer - 18 August 2026

Conosci quella sensazione. Una volta, anni fa, hai fatto snorkeling sopra una barriera corallina: tutto era un’esplosione di colori e pesci guizzanti, e quell’immagine ti è rimasta dentro. Poi, un giorno, te la ritrovi davanti, questa volta nelle notizie, accanto alle foto della stessa barriera sbiancata, bianca come l’osso e immobile. È facile pensare che la storia finisca lì. La buona notizia? Non deve essere così.

Il ripristino dei coralli, ovvero l’insieme delle pratiche che aiutano attivamente le barriere coralline a rigenerarsi, è passato da esperimento di nicchia a settore realmente promettente della scienza marina. Non è una soluzione miracolosa (nulla è meglio che lasciare intatte le barriere sane fin dall’inizio), ma i dati su ciò che può fare sono più incoraggianti di quanto la maggior parte delle persone immagini.

Struttura a telaio a ragno per il ripristino dei coralli, installata dal team di Coral Garden Conservation a Mauritius

Le barriere coralline sono in difficoltà, ma non hanno esaurito le possibilità

Cominciamo dalla parte scomoda. La copertura corallina è diminuita drasticamente in tutto il mondo e il riscaldamento degli oceani resta la principale minaccia: le proiezioni climatiche citate dall’IPCC stimano che un aumento di 1,5 °C della temperatura globale potrebbe danneggiare fino al 90 percento delle barriere coralline del mondo, mentre un aumento di 2 °C potrebbe distruggerne quasi la totalità. Questo è lo scenario preoccupante in cui si svolgono gli interventi di ripristino.

Ma è qui che la storia diventa interessante. Uno studio del 2024 pubblicato su Current Biology ha seguito alcuni siti di barriera ripristinati in Indonesia e ha scoperto che, nel giro di circa quattro anni, le barriere ripristinate avevano raggiunto una “piena ripresa” in termini di crescita, eguagliando sostanzialmente la produzione di carbonato delle barriere sane e non danneggiate vicine. In parole semplici: una barriera che pochi anni prima era un cumulo di detriti funzionava di nuovo, dal punto di vista strutturale, come una barriera normale. È una notizia positiva sul clima davvero rara.

Se allarghiamo lo sguardo, il settore è più giovane e disordinato di quanto suggeriscano i titoli dei giornali. Un’ampia revisione globale dei progetti di ripristino dei coralli ha rilevato che i tassi di sopravvivenza dei coralli reimpiantati si attestano in genere intorno al 60-70 percento e che la maggior parte dei progetti è ancora di piccola scala e di breve durata. Il ripristino non è magia. È un lavoro paziente, pratico e spesso poco appariscente, che comprende vivai di coralli, reimpianti frammento per frammento e moltissime immersioni di monitoraggio. Ma funziona abbastanza spesso e abbastanza bene da fare la differenza.

Come funziona il ripristino dei coralli?

Immagina un vivaio sottomarino: strutture metalliche o “alberi” ancorati al fondale, con piccoli frammenti di corallo legati come ornamenti. I subacquei, spesso membri della comunità locale adeguatamente formati, si prendono cura di questi vivai come si farebbe con un giardino: controllano la crescita, eliminano le alghe e proteggono i frammenti dai predatori, come le stelle marine corona di spine. Quando i frammenti sono abbastanza grandi, vengono trapiantati, o “reimpiantati”, nelle aree degradate della barriera, talvolta fissandoli con cemento o resina epossidica, dove continuano a crescere e, infine, a riprodursi autonomamente.

È lento. È locale. E dipende molto dal fatto che le persone che lo svolgono abbiano sia la formazione sia una ragione per continuare a presentarsi, anno dopo anno.

Membro del team di Coral Garden Conservation impegnato nel ripristino dei coralli a Mauritius

Crema solare e sbiancamento dei coralli: cosa dimostra la ricerca

Ecco il collegamento che sorprende molte persone: ciò che hai sulla pelle quando nuoti può influire sulla barriera sopra la quale stai nuotando.

Il filtro UV chimico Ossibenzone è stato l’ingrediente più studiato tra questi, e i risultati della ricerca non sono lusinghieri. Uno studio del 2016 ampiamente citato ha rilevato che l’Ossibenzone era tossico per i coralli giovani a concentrazioni rilevanti nell’ambiente, contribuendo a una maggiore vulnerabilità allo sbiancamento, a danni al DNA e a deformità scheletriche nei coralli appena nati. Uno studio del 2022 pubblicato su Science è andato oltre, spiegando il meccanismo: i coralli e gli anemoni di mare metabolizzano effettivamente l’Ossibenzone, attaccandovi una molecola di zucchero, e così facendo trasformano accidentalmente un ingrediente della crema solare in un composto che diventa tossico quando viene colpito dalla luce solare. In altre parole, è lo stesso processo di disintossicazione del corallo a rendere pericolosa la sostanza chimica.

Un altro studio a lungo termine, che combinava l’esposizione all’Ossibenzone con l’aumento della temperatura dell’acqua, ha rilevato che i due fattori di stress si potenziano a vicenda: l’Ossibenzone aggiunge stress ossidativo allo stress termico e indebolisce la capacità dei coralli di affrontare il riscaldamento dell’acqua. Questa combinazione, calore più inquinamento chimico, è esattamente il micidiale uno-due contro cui le barriere coralline si trovano a combattere oggi.

Per correttezza, la scienza su questo tema non è ancora completamente definita. Una revisione del 2022 delle National Academies ha osservato che la maggior parte degli studi sulla tossicità utilizza concentrazioni superiori a quelle normalmente presenti nell’oceano e che è molto improbabile che le sostanze chimiche delle creme solari siano la causa principale degli eventi di sbiancamento di massa, dovuti in larghissima parte alle ondate di calore marine. Quindi la crema solare non è il colpevole dell’intera storia. Ma è un fattore di stress di cui le barriere coralline non hanno bisogno, oltre a tutto il resto, ed è una delle poche minacce alle barriere su cui una singola persona può davvero intervenire prima ancora di colazione.

Proteggere la pelle riducendo l’impatto sull’oceano

Crema solare minerale o chimica: perché contano le formule rispettose della barriera corallina

È qui che la distinzione tra filtri minerali e chimici diventa davvero importante, e non si tratta soltanto di marketing.

I filtri chimici come l’Ossibenzone e l’Ottinoxato agiscono assorbendo le radiazioni UV e si dissolvono facilmente nell’acqua: è proprio così che finiscono nei tessuti dei coralli. I filtri minerali, nello specifico l’Ossido di zinco non nano, funzionano diversamente: rimangono sulla superficie della pelle e riflettono fisicamente i raggi UV, invece di essere assorbiti. In acqua, le particelle di Ossido di zinco non nano non si dissolvono come fanno i filtri chimici. Tendono invece a depositarsi come sedimenti, anziché essere assorbite dai tessuti dei coralli o delle alghe: un destino fondamentalmente diverso da quello di un filtro chimico che viene metabolizzato in una fototossina.

La parte “non nano” è più importante di quanto si pensi. Qui la dimensione delle particelle è tutto. Le particelle minerali di dimensioni nanometriche (inferiori a 100 nanometri) sono abbastanza piccole da poter essere assorbite dagli organismi marini, mentre le particelle non nano sono semplicemente troppo grandi per attraversare le cellule allo stesso modo. Ecco perché luoghi come le Hawaii e Palau, quando hanno legiferato contro gli ingredienti delle creme solari dannosi per le barriere coralline, hanno indicato nello specifico l’Ossido di zinco non nano e il Diossido di titanio come alternative più sicure.

Tutto questo non significa che la crema solare minerale abbia un impatto ambientale nullo: nulla di ciò che applichiamo sulla pelle e sciacquiamo nell’oceano è completamente privo di conseguenze. Ma il peso delle prove indica una direzione piuttosto chiara: i filtri minerali non nano sono la scelta più rispettosa della barriera corallina.

Come Suntribe sostiene il ripristino e il recupero delle barriere coralline

Noi la vediamo come due problemi che richiedono due tipi diversi di intervento: uno urgente e pratico, l’altro lento e strutturale.

Sostegno attivo: aiutare le barriere coralline già in difficoltà. Collaboriamo con Coral Garden Conservation (CGC) a Mauritius, un’organizzazione che dal 2015 svolge attività di ripristino sul campo e di tutela degli habitat marini, anche a Le Morne, sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. A St Félix, nel sud di Mauritius, CGC ha trapiantato più di 600 frammenti di corallo e ripristinato oltre 300 m² di habitat degradato della barriera all’interno della St Félix Voluntary Marine Conservation Area (VMCA) della laguna. A Le Morne, l’attuale attività di conservazione marina di CGC comprende la protezione delle praterie di fanerogame marine, il monitoraggio, la gestione da parte della comunità e la sensibilizzazione alla conservazione: attività altrettanto essenziali per la salute della barriera corallina, anche se assomigliano meno a un vivaio di coralli.

Oltre alla protezione delle barriere coralline, CGC ha anche rimosso circa 40 tonnellate di rifiuti abbandonati da un’area di ripristino della foresta costiera a Le Morne e formato più di 120 persone alla conservazione marina e terrestre in tutta Mauritius, Rodrigues e nelle Comore. Il ripristino dei coralli è una parte visibile di un’attività molto più ampia, e il nostro ruolo è contribuire a documentarla, promuoverla e darle la visibilità che merita.

Del resto, non è un’idea nuova per noi. Nel 2020 abbiamo sostituito la consueta frenesia degli sconti del Black Friday con qualcosa che abbiamo chiamato Blue Friday: invece di tagliare i prezzi, abbiamo donato tutti i profitti di suntribesunscreen.com realizzati quel giorno alla Coral Restoration Foundation™, un’organizzazione con sede in Florida che ripristina le barriere dal 2007 e che, all’epoca, aveva già reintrodotto più di 140.000 coralli nelle Florida Keys.

Sostegno a lungo termine: non contribuire al problema fin dall’inizio. Ogni crema solare Suntribe è formulata con filtri minerali non nano ed evita i filtri UV chimici associati allo stress dei coralli nella ricerca citata sopra. È un tipo di impatto più piccolo e discreto rispetto al finanziamento di un progetto di ripristino, ma è quello che si amplifica con ogni flacone che finisce nell’oceano invece che sopra di esso.

Nessuna delle due azioni, presa singolarmente, risolve il problema delle barriere coralline. Il cambiamento climatico resta di gran lunga la minaccia più grande e nessuna riformulazione della crema solare può cambiare questo fatto. Ma tra il finanziamento delle persone che svolgono il ripristino sul campo e l’impegno a fare in modo che i nostri prodotti non lavorino contro di loro, questa è la combinazione a cui possiamo davvero impegnarci.

Le barriere coralline possono davvero riprendersi. Servono tempo, comunità e tanta manutenzione poco appariscente dei vivai, ma la scienza lo conferma. E nel frattempo, scegliere cosa applicare sulla pelle prima di nuotare è un modo semplice e alla portata di tutti per assicurarsi di non vanificare quel lavoro.

Informazioni sull’autore/autrice

Julia Beyer

Julia è una delle co-fondatrici di Suntribe e Responsabile dello Sviluppo Prodotto. Appassionata surfista, è sempre alla ricerca di onde inesplorate in tutto il mondo. Quando non è in acqua, la si trova spesso a praticare yoga o kickboxing. Vera amante delle lingue, Julia ama entrare in contatto con culture diverse ovunque i suoi viaggi la portino. Nota per il suo perfezionismo, rifiuta di accontentarsi di ingredienti che non siano i migliori — una determinazione che garantisce che ogni prodotto Suntribe sia realizzato con la massima cura.